Il Territorio: Aspetti Storico-Archeologici

Il territorio dei Monti della Tolfa ha conservato in maniera evidente le tracce della profonda interazione dell’uomo con l’ambiente naturale. Situato tra la costa tirrenica, l’arco del fiume Mignone e il territorio di Cerveteri è caratterizzato da un’ampia varietà di paesaggi che hanno favorito sin dalle età più antiche lo stanziamento umano. L’attuale aspetto della zona, un’alternanza di ampie distese boschive e pascoli, suggerisce l’idea di un territorio aspro e selvaggio, scarsamente plasmato dall’uomo. In realtà l’area ha conosciuto fin dalle età più antiche una stretta relazione tra i suoi abitanti e le risorse naturali che ha determinato, nei vari periodi, scelte insediative che hanno privilegiato specifici tratti dell’ambiente. Ciò ha dato vita ad una complessa sedimentazione storico-culturale la quale ha modellato le linee essenziali del paesaggio, così come pervenuto ai giorni nostri.

Le prime attestazioni di frequentazione umana dell’area in esame risalgono al Paleolitico. Si tratta però di testimonianze sporadiche che non provengono da contesti di scavo, ma sono frutto di recuperi casuali, spesso al margine di altre attività di ricerca. Numerose località del territorio tolfetano restituiscono aree di affioramento di industria litica, spesso su selce grigia come, ad esempio, Monte Castagno, La Riserva del Ferrone, Monte Piantangeli e Pian Cisterna. I contesti più significativi si concentrano in due siti: nell’area di Poggio della Capanna, nelle vicinanze del centro di Tolfa, e nella zona della Macchia del Palano, nel territorio di Allumiere, in prossimità di Cencelle.

Nel periodo Neolitico le presenze si fanno più numerose e ricche, anche se relative a siti di limitata estensione che restituiscono scarso materiale diagnostico, individuati durante ricerche di superficie. Tra i siti più rilevanti si annoverano Grotte Pinza, il Marano, Poggio del Mulino, Lampregnana, Bufalareccia, San Pietrino, Pian Cisterna, Pian Conserva.

Per tutte le fasi precedenti la media età del Bronzo il territorio è avaro di attestazioni. Per il periodo Eneolitico si può citare il ritrovamento di scarsi materiali di superficie che provengono da Pian dei Santi e Poggio Lungo di Rota e, forse, dal Monte La Rocca.

L’area dei Monti della Tolfa acquista una fisionomia definita nell’età del Bronzo, probabilmente in virtù della disponibilità di materie prime, in particolare durante il Bronzo Medio (XVII-XIV secolo a.C.) e Finale (fine XIII-inizi XII secolo a.C.- XI secolo a.C.). A quest’ultima fase risalgono i quattro abitati maggiori nel settore occidentale di Tolfa-La Rocca, La Tolfaccia, Monte Rovello e Poggio Elceto. Si ritiene generalmente che questa eccezionale fioritura sia riconducibile allo sfruttamento delle risorse minerarie (alunite, idrossidi di ferro, solfuri piombo-argentiferi), che permettevano di ricavare allume, ferro, rame e piombo.

Sono inoltre noti notevoli contesti funerari come la necropoli di Poggio della Pozza (Allumiere), il più esteso sepolcreto del Bronzo Finale sinora noto sul versante medio-tirrenico.

Le importanti scoperte effettuate nel territorio hanno permesso di distinguere una fase più antica, detta di Tolfa, coincidente con la piena l’età del Bronzo Finale (tra XII e XI secolo a.C.), nella quale spiccano gli oltre 140 oggetti del ripostiglio di reperti bronzei di Coste del Marano.

Alla fase di Tolfa segue quella di Allumiere, collocata nel periodo terminale dell’età del Bronzo finale (XI secolo a.C.). A questa fase appartengono le sepolture recuperate presso Poggio della Capanna (Tolfa) pertinenti forse all’area sepolcrale relativa all’abitato della Rocca di Tolfa.

Alla fioritura dell’età del Bronzo corrisponde una contrazione delle attestazioni nell’età del Ferro, durante i secoli IX-VIII a.C. Si ritiene generalmente che la scarsa densità di rinvenimenti sia imputabile allo sviluppo e alla strutturazione dei due vicini centri di Cerveteri e Tarquinia che, in questa fase, avrebbero determinato l’attrazione delle comunità circostanti e la scomparsa dei piccoli centri dell’età del Bronzo. In un secondo momento, a partire dalla fine dell’VIII-inizio del VII secolo a.C., le stesse città etrusche avrebbero promosso nuove forme di popolamento e la riorganizzazione dei territori di rispettiva pertinenza.

Nel corso del VII e nel VI secolo a.C. l’area viene popolata in modo capillare. Il comprensorio, nell’orbita d’influenza di Cerveteri, è costellato da abitati e necropoli che si dispongono sulla sommità di ampi pianori tufacei circondati dagli affluenti del Mignone, localmente denominati “castelline”, che divengono uno dei tratti salienti del paesaggio. Tra questi si possono ricordare le necropoli di Pian Conserva, Pian dei Santi, Pian Cisterna, Grottini di Rota e Ferrone. Le attività praticate erano legate allo sfruttamento agricolo e all’allevamento.

In questo periodo l’area montuosa segnava il confine tra le città di Cerveteri e Tarquinia, le cui tracce sarebbero riconoscibili nei santuari, come quello di Grasceta dei Cavallari e in alcuni siti fortificati (oppida), come Grotte Pinza. Questa vocazione limitanea rimarrà una delle caratteristiche della zona nel corso della sua storia, contribuendo, con intensità variabile a seconda dei contesti geopolitici, alle scelte insediative.

Con l’ingresso dei Monti della Tolfa nell’orbita romana, nel III secolo a.C., ai piccoli villaggi e alle fattorie etrusche si sostituiscono le villae, cioè dei complessi estesi, articolati in vari corpi di fabbrica suddivisi tra ambienti residenziali e produttivi. La coltivazione e la produzione di olio e vino sembra fossero le principali attività praticate, rivelate dalla presenza di numerose basi di spremitura (torcularia) spesso associate a questi edifici.

La ricerca archeologica ha permesso di individuare e esplorare alcuni di questi siti di età romana tra i quali si possono menzionare i complessi di Pian dei Santi, quello recentemente individuato in località Le Mattonelle (probabilmente corrispondente ad un luogo di sosta sul percorso di una delle antiche vie romane che attraversavano il territorio), il modesto insediamento rustico di Pian Conserva. Sul versante allumierasco si possono citare la villa in località Fontanaccia, che spicca nel panorama tolfetano per la sua estensione e per l’articolazione degli spazi, e quella in località La Farnesiana.

La costruzione del porto traianeo di Centumcellae (Civitavecchia), nel II secolo d.C., sembra determinare una redistribuzione degli insediamenti nelle aree meglio collegate al porto, cioè la valle del Mignone e la fascia costiera.

Nel periodo tardo-imperiale si assiste progressivamente ad una riduzione della presenza di questi insediamenti, che tra il VI e il VII sec. d.C. vengono abbandonati. Le ultime fasi di frequentazione sono contrassegnate dalla destrutturazione di molti ambienti e dalla presenza di sepolture all’interno dell’area abitativa. È probabile che la zona abbia risentito degli effetti negativi della guerra tra Goti e Bizantini (VI secolo d.C.), nelle cui operazioni militari venne spesso coinvolta Centumcellae.

Più tardi, in epoca longobarda, il Mignone e l’acrocoro tolfetano riacquistano, molto probabilmente, un ruolo di frontiera. Non è possibile delineare con chiarezza quale fosse l’assetto del territorio e lo stato degli insediamenti sopravvissuti. Come in altre zone del Lazio, all’abbandono degli insediamenti di epoca romana fa riscontro la menzione di patrimoni fondiari della Chiesa di Roma posti, comunque, nelle vicinanze di Centumcellae e lungo la fascia costiera.

Una profonda modificazione degli assetti territoriali è determinata dalla fondazione nell’entroterra di Leopoli (Cencelle), la città voluta da Leone IV per dare ricovero agli abitanti di Centumcellae, detta pertanto da questo momento Civitavecchia, fuggiti a causa delle incursioni saracene.

Un ruolo di primo piano in quest’epoca viene giocato anche dalle fondazioni monastiche, come S. Maria del Mignone, una dipendenza del monastero sabino di Farfa, e l’abbazia di Piantangeli (localmente Piandangelo), i cui possedimenti si estendevano lungo il medio corso del Mignone.

Dall’XI secolo iniziano a comparire le prime menzioni di castelli, più volte contesi tra le famiglie nobili e tra le città di Tarquinia e Viterbo, che costituiranno il modello insediativo dominante fino all’inizio del XV secolo. Il rapporto con il territorio si modifica in favore di forme di stanziamento capillari che prevedono anche l’occupazione dell’entroterra montuoso, dove le sommità collinari si prestano bene alla costruzione dei nuovi centri fortificati. Questi castelli con i rispettivi territori di pertinenza finiscono per saturare tutti gli spazi disponibili: le aree controllate dai castelli, erano organizzate per uno sfruttamento organico delle risorse agrarie come suggerito dalle fonti, che nominano, infatti, la presenza di vigneti, oliveti, campi coltivati a cereali. Tra i monumenti più rilevanti di questo periodo possiamo citare la stessa Rocca di Tolfa, il castello di Monte Cocozzone, il castello di Rota, quello del Ferrone e l’insediamento di Tolfa Nuova (Allumiere).

Nel 1461 la scoperta dell’alunite (un solfato doppio di alluminio) presente sui Monti della Tolfa in quantità che non ha pari nel resto della penisola, determinò nel comprensorio delle profonde trasformazioni che l’avviarono ad assumere l’assetto attuale.

Dall’alunite, tramite un elaborato processo, si ricavava l’allume che rappresentava un componente essenziale nella manifattura tessile, come fissante del colore sui tessuti. Era inoltre utilizzato nel trattamento delle peli, come materiale ignifugo e come astringente nel settore medicinale.

Gran parte dei castelli di età medievale, già entrati in crisi nel secolo precedente, vennero così definitivamente abbandonati o distrutti, come nel caso di Tolfa Nuova. Il centro di Tolfa Vecchia (l’attuale Tolfa) fu sottoposto alla chiesa di Roma che deteneva anche la proprietà dei giacimenti di alunite e ne concedeva la coltivazione in appalto. Le aree di pertinenza dei vecchi castelli di età medievale furono trasformate in tenute, dipendenti direttamente dalla Camera Apostolica, molte delle quali organizzate in funzione dell’attività mineraria: una serie di territori venne così destinato alla fornitura di legname, altri all’allevamento di animali utili al trasporto del minerale mentre soprattutto le aree prossime alla valle del Mignone e la zona costiera, in virtù della loro maggiore redditività agricola, furono destinate alla fornitura di grano. Nel solco di questa tradizione di proprietà e amministrazione pubblica delle terre, attenta ad evitare il depauperamento delle risorse naturali (ad es. tramite la regolarizzazione del taglio del legname), si inserì l’istituzione delle Università Agrarie, il cui contributo, congiuntamente a quello delle comunità e delle amministrazioni locali, è stato fino ad oggi fondamentale nella conservazione del paesaggio.

Oltre alla pianificazione del territorio l’attivazione delle miniere comportò profonde trasformazioni urbanistiche nel centro di Tolfa e la nascita di nuovi centri abitati: La Bianca e Allumiere.

Gli appalti delle cave erano affidati ad imprenditori che, in qualche caso, utilizzavano parte dei proventi derivanti dalla vendita dell’allume in investimenti per lo sviluppo della zona. Tra essi spicca il banchiere senese Agostino Chigi che nel primo quarto del XVI secolo affiancò all’apertura di nuove cave la costruzione di opifici, abitazioni e luoghi di culto.