Il santuario etrusco romano di Grasceta dei Cavallari

L’area sacra della Grasceta dei Cavallari si trova sul fianco di una piccola valle tra i Monti Sassicari e Mazza, a ca. 5 km a nord est di Tolfa. Si tratta di un santuario di valico frequentato dalla popolazione rurale del circondario e da genti di passaggio. Come molti altri santuari antichi, infatti, il santuario della Grasceta si trovava in una posizione di confine, tra i territori delle città etrusche di Cerveteri e Tarquinia e per questo svolgeva probabilmente un ruolo molto importante di connessione tra queste due realtà.

Sembra che la frequentazione del sito sia iniziata a partire dal VI secolo a.C. e si sia protratta per alcuni secoli, fino al III sec. a.C.

Il santuario, scavato tra il 1955 e il 1957 (e ancora nel 1984), è costituito da un’area sacra, aperta e recintata, affiancata da costruzioni esterne. L’area sacra di pianta rettangolare (10 x 18 metri), era delimitata da un muro di recinzione aperto nella parte frontale rivolta ad est. Era bordata internamente da portici a sostegni, probabilmente d legno, poggiati su grosse basi quadrangolari di pietra. Al centro dell’area si trovava un piccolo tempio (3,35 x 5,40 m) in antis, cioè con la facciata formata da due colonne centrali e da due ante laterali, dotato di cella e pronao. Sulla fronte del tempio, fuori asse, si trova una base modanata, probabilmente interpretabile come altare.

Fuori del recinto, ma contiguo ad esso si trovava un piccolo edificio (3,90 x 5,40 m), probabilmente un tempietto, costituito da un solo ambiente con banchine ai lati e sostegno centrale in pietra. Sempre al di fuori del recinto, leggermente distanziato e disposto obliquamente, si trovava un edificio pressoché quadrato (4,40 x 4,30 m) e aperto sul davanti forse interpretabile come bottega. Non è attualmente certo quale fosse la divinità venerata nel’area sacra, stando ad alcuni rinvenimenti è possibile ipotizzare che si trattasse della dea Afrodite.

Durante le indagini archeologiche furono recuperati diversi ex voto (cioè degli oggetti lasciati in dono alla divinità per sollecitare la guarigione da una malattia o come ringraziamento per l’avvenuta guarigione) raffiguranti parti anatomiche (teste, mani, dita, piedi, mammella, ecc.) che indicano la presenza di un culto salutare.

Tra i reperti rinvenuti, ora esposti nel museo civico di Tolfa, spiccano delle terracotte raffiguranti teste umane, i cui caratteri formali esulano completamente dal gruppo e sembrano riferibili a una piccola officina ceramica locale che non doveva essere stata influenzata dalla cultura ellenistica del periodo. La testa raffigurata accanto, è lavorata al tornio con riporti di argilla per rendere alcuni particolari anatomici. La resa generale è priva di attenzione ai particolari anatomici e ad una modellazione “realistica” dell’anatomia umana. Il cranio è semplicemente realizzato con un cilindro in terracotta con calotta superiore emisferica. Le sopracciglia sono fortemente rilevate, la fronte sfuggente, palpebre e pupille a cordone, naso diritto, labbra a fessura, mento triangolare sfuggente, un solo orecchio sporgente, collo cilindrico con carotide rilevata. Tutti i particolari anatomici sono “schiacciati” nella parte frontale della figura e volutamente accentuati, come l’orecchio destro, per renderli più evidenti. L’orecchio sinistro è mancante segnale evidente che il donatore della testa doveva accusare problemi fisici proprio a tale parte del corpo.